TURISMO DI MASSA E TIPICITA'
- gilberto borzini

- 6 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Il Turismo omologante trasforma i Territori attraverso una sorta di analfabetismo di ritorno
In un mercato turistico che assomiglia sempre più ad un “fast food” e sempre meno ad un ristorante stellato, con flussi turistici governati da attese di mediocrità a basso costo, diviene difficile proporre peculiarità e tipicità reali e concrete, quello che altri indicano come “autenticità”.
Il concetto, vago e inquietante, di “turistizzazione” opta per percorsi amorfi e sovrapponibili, una sorta di MacDonaldizzazione dell'offerta, coerentemente con la manifesta incoltura della maggioranza del pubblico, incapace di distinguere, quando non addirittura di riconoscere, le valenze dell'arte e della cultura del Territorio.
Si procede sempre più speditamente verso un'omologazione al ribasso pur di far percepire al potenziale turista di trovarsi in un luogo “comprensibile e gestibile”, in cui lo stesso turista possa viversi come protagonista, magari spadroneggiando con comportamenti inadatti quando non addirittura inconsulti.
Il turismo, come ricorda Mino Reganato, “nasce come incontro tra chi arriva e chi resta, tra culture diverse, tra sguardi curiosi e storie sedimentate nel tempo e per decenni è stato uno strumento straordinario di crescita economica e sociale, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove ogni borgo, ogni quartiere, ogni strada ha qualcosa da raccontare. Quando però il turismo diventa l’unico metro di misura del valore di un luogo, quando ogni scelta urbanistica, commerciale e culturale è orientata esclusivamente al visitatore, allora l’equilibrio si spezza. Uno dei segnali più evidenti della turistificazione è la scomparsa progressiva dei piccoli laboratori artigiani e dei negozi di prossimità, quelle botteghe che non erano semplicemente luoghi di vendita ma veri e propri presidi culturali.
Al loro posto proliferano attività commerciali pensate per un consumo rapido, standardizzato, facilmente riconoscibile, negozi di souvenir che vendono prodotti “tipici” identici a quelli che si trovano a centinaia di chilometri di distanza, gastronomie che propongono piatti semplificati e adattati a palati globali, manifatture che imitano l’artigianato locale senza averne né la storia né la sostanza. È una messa in scena della tradizione, una caricatura che funziona bene in fotografia ma che perde ogni profondità una volta grattata la superficie. Il problema non è il souvenir in sé, né l’esigenza del turista di portare a casa un ricordo, il problema nasce quando il ricordo sostituisce la realtà, quando l’imitazione prende il posto dell’originale perché più economica, più veloce, più facilmente replicabile ed è proprio in questo contesto che il territorio perde progressivamente la propria voce, uniformandosi a un linguaggio commerciale che non gli appartiene. “
Così mentre decine di Destination Manager si affannano per esaltare quel che resta delle “autenticità”, nel mercato di massa procede una sorta di colonizzazione culturale che punta alla mediocrità e al ribasso.
Riprendendo ancora le parole di Mino Reganato “Il cibo, che dovrebbe essere uno dei veicoli principali della cultura locale, diventa spesso uno strumento di marketing, svuotato della sua funzione identitaria dove la scritta del “qui si mangia tipico” campeggia con orgoglio sulle insegne di finte trattorie, senza sapere da dove ha origine il prodotto alimentare, chi lo produce e soprattutto quale storia porta con sé.”
I macro fenomeni sono a tutti noti: città che perdono residenzialità originale e diventano patetiche rappresentazioni di se stesse a fini turistici.
Siamo davvero sicuri che questo modello di turismo sia utile e porti beneficio ?
Qual è il valore di un Paesaggio? Quale il valore di una cultura territoriale diffusa?
Il Turismo di massa procede nel trasformare tutti i luoghi in “analfabeti di ritorno”, in cui l'analfabetismo è il linguaggio comune, ridotto ai minimi termini, per essere adeguati al turista più incolto ?
Un turismo che produce realmente ricchezza diffusa è quello che rafforza le economie locali, che tutela i saperi tradizionali, che valorizza la produzione artigianale, che sostiene le botteghe storiche non come attrazioni museali ma come parti vive dell’economia urbana.
Diversamente, se si persiste nel brutto gioco dell'omologazione instagrammabile, il turismo perde identità e ogni località si trasforma in una Disneyland qualsiasi, un Parco dei Divertimenti, e allora, se così deve essere, ben venga il pagamento di un oneroso biglietto di ingresso visto che non si capisce perché si debbano regalare le perle ai porci.
Gli artigiani di Napoli lamentano il fatto che al numero eccessivo di visitatori fa fronte una riduzione sensibile degli incassi: il turista “mordi e fuggi” non acquista, non spende, non compra. Gli basta sublimarsi in un selfie pubblicabile per affermare al mondo “io c'ero”.
Il turista cresciuto ad hamburger, nuggets e patatine non può distinguere, né apprezzare, la reale tipicità del prodotto locale, e anzi si corre il rischio che sapori a lui inconsueti lo infastidiscano. L'ineducazione originaria del turista medio è un dramma che la peculiarità territoriale non si può più permettere.








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