i Garibaldi e l'italico destino
- gilberto borzini
- 2 ago
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Venuto da guerre di ben altra portata, guerre che sconvolsero gli equilibri delle Americhe meridionali, Giuseppe Garibaldi con mille bergamaschi risalì al soldo britannico la penisola italiana offrendo un regno a un Re non poco titubante, che di tutto quel ben di Dio non sapeva che farsene. Così quel Re avviò una metodica e accanita spoliazione delle ricchezze del meridione, lo sfruttò come si sfruttavano, allora e oggi, le colonie invise, generò alcune nordiche opportunità industriali e immiserì ciò che dai Borboni era stato fino ad allora governato, trascinando due capitali del Mediterraneo, Napoli e Palermo, nel declino e nel degrado.
A tentare di fare giustizia delle ingiustizie reali tocca oggi ad altra Garibaldi, quella Roberta che con altri e nuovi bergamaschi propone studi e visioni dei flussi del turismo tentando anch'essa di ridurre eccessive ricchezze a favore di altri meritevoli ma esclusi.
Con l'Università di Bergamo Roberta Garibaldi cerca di comprendere per governare meglio il crescente fenomeno del turismo eccessivo e di trovare il modo per dirottarne parte a favore di aree alternative.
Pregevole e meritevole opera a cui però temo si opponga una dinamica sociale ben difficilmente governabile ex cathedra: una dinamica che affonda nella psicologia delle masse e in quella nuova forma di antropologia culturale introdotta della telefonia cellulare e che assume il nome di “selfie”.
Un selfie che ci immortala in coda sull'ultima cresta vicina alla cima dell'Everest o del Cervino dispone di un valore insuperabile, certo non raggiungibile da altro selfie con vista su una Malga o un rifugio trentino: vi sono luoghi iconici, che rendono pregio e qualità al nostro selfie, e luoghi ignoti che rischiano persino di deprezzare l'immagine che pubblichiamo, di renderci mediocri quando potremmo risultare esteti o vincitori.
Se questo elemento riguarda l'antropologia contemporanea, l'altra parte del ragionamento si definisce nei comportamenti sociali di massa, in cui l'essere presenti implica la partecipazione a un “rito collettivo”, che si tratti di andare a un concerto pop o ad un raduno evangelico o in piazza San Marco con altre migliaia di turisti.
Il Turismo è in buona misura un Rito: rito del tempo libero, rito della vacanza, rito della dimostrazione di potersi permettere un angolo di libertà. Un Rito avviato negli anni '60 quando alle classi lavoratrici fu consentito, per la prima volta nei secoli, di godere di ferie retribuite e, contemporaneamente, di disporre di mezzi di trasporto adeguati al raggiungimento delle aree vacanziere. Un Rito che si è andato consolidando e estendendo, conquistando via via nel corso dei decenni nuove “mete” da collezionare come medaglie, dalle Baleari alle Canarie, dalle Capitali d'Europa alle culture mediterranee, dalle Maldive alle Crociere all inclusive.
Da una parte, quindi, le Icone del turismo, mète che danno lustro al viaggiatore che le visita, e dall'altra parte il Rito, la partecipazione al quale afferma il soggetto nella sua identità sociale.
Si osserva allora che il binomio di Icona e Rito assicura al turista il riconoscimento sia dell'Individualità soggettiva che della Partecipazione Sociale e oggettiva, definendo così un Unicum di ampia soddisfazione.
Elementi questi che operano su strati della psicologia più che della ragione, più dell'inconscio che della consapevolezza, e che, come tali, sono ben difficilmente aggredibili dalla razionalità dell'offerta alternativa.
Temo allora che il pur pregevole sforzo avviato dal Dipartimento universitario con cui opera l'amica Roberta Garibaldi possa produrre assai poco se non si entra negli aspetti sopra menzionati, rimanendo agli elementi della Statistica, del Trasporti, dei Posti Letto o delle forme del Destination Management più recente.
Se le forme del Turismo assumono come preponderanti i modelli Iconici e Rituali il modello del convincimento razionale potrà spostare frazioni poco significative dell'Overtourism, gli avvisi e gli inviti a visitare altrove andranno disertati generando, piuttosto, malumore e disagio.

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